Dal campo

FANO, PARTIRE DAL BASSO

Un lavoro costruito con gradualità e il forte coinvolgimento delle scuole: sono i due fulcri del lavoro messo in evidenza dall’ATS Fano durante i workshops in programma nell’RTday a Bologna. “È stato un bel viaggio – racconta Adriana Antognoli, referente territoriale – con una strategia che parte molto dal basso, ma che punta poi ad allargarsi, per cerchi concentrici e raggiungere anche altri ATS”. 

P.I.P.P.I. è stata più una leva che un programma a sé stante: “Lo abbiamo inteso come qualcosa che penetrasse in quello che già c’era, non un progetto portato da fuori, magari con un’équipe apposita. Forse eravamo pronti, avevamo la spinta giusta per poterlo portare dentro il servizio. Quindi il gruppo di partenza è stato molto motivato, anche grazie a tutto l’accompagnamento della formazione proposta dall’Università di Padova, molto forte iniziale, con la formazione residenziale e i tutoraggi in presenza”. Da subito si è creato un coinvolgimento ampio, intorno a una motivazione metodologica sfidante: “Siamo partiti noi dalla tutela e quindi avevamo situazioni pesanti, ma sin dall’inizio abbiamo avuto la possibilità di coinvolgere le colleghe della sanità, del consultorio. Abbiamo portato l’approccio all’interno del nostro sistema come una grande innovazione. Ci motivava l’opportunità di lavorare con degli strumenti validati che dessero ancora più corpo a quello che era tutto il percorso delle valutazioni e degli interventi. Cera attenzione per questa idea di dare scientificità al nostro lavoro, al processo”. 

Il dispositivo scuola-famiglia è diventato un ponte sul territorio: “Siamo partiti proprio a fare questa disseminazione istituto per istituto e poi sicuramente una dirigente scolastica di un istituto comprensivo ha fatto la differenza. Ci ha aiutato soprattutto a dare le cornici, poi i contenuti li abbiamo portati noi, lavorando insieme. Così si è creata una spinta, ci volevano stare tutti, nessuno voleva rimanere fuori”. 

Il lavoro si articola in vari momenti: “Gli educatori, i colleghi dell’area della sanità, la rete di referenti scolastici sono ingaggiati in un lavoro di micro-équipe, per determinate situazioni. Sono venuti a contatto con  P.I.P.P.I. e quindi è anche questo senso di appartenere comunque alla squadra. Per cui accanto al lavoro d’équipe più tecnico, più tradizionale, si è creato un gruppo di appartenenza più ampio e questo mi sembra un valore aggiunto”.

P.I.P.P.I. è davvero in movimento verso il LEPS: “Abbiamo fatto un intervento anche con i volontari del dopo scuola per parlare di P.I.P.P.I. Vogliamo promuovere all’interno dei nostri territori questo tipo di sguardo, di supporto alle famiglie su tema della vulnerabilità. È qualcosa che abbiamo ormai condiviso e stiamo condividendo con molte persone, con molte istituzioni”.

Ci sono alcuni punti fissi di incontro: “I nostri incontri sono il gruppo territoriale che è quello dove partecipano le scuole e in parte anche le colleghe della sanità, due volte all’anno. Poi facciamo un tutoraggio un po’ più piccolo che è per le famiglie target che abbiamo registrato nella piattaforma RPMonline, con le quali stiamo lavorando per quella implementazione. Inoltre, facciamo almeno un incontro, ma quando ci riusciamo anche due all’anno, allargato che è un po’ il tutoraggio di progetto, di aggiornamento generale: verifichiamo a che punto siamo con i dispositivi, che cosa sta cambiando. Un altro momento è con i volontari del doposcuola. Da poco abbiamo aperto un collegamento con i nidi e le scuole dell’infanzia, con l’idea di arrivare allo 0-6”.

Si fa strada un grande cambiamento di sguardo: “C’è una sintonia diversa tra professionisti, perché il guardare dalla stessa parte aiuta proprio a non vedersi su posizioni diverse. Per esempio, con la scuola l’approccio è completamente cambiato, perché l’idea di rimettere al centro il bambino, di pensare come costruire insieme un percorso per coinvolgere le famiglie con un metodo, valorizzando la proposta dell’insegnante anche per l’extra scuola, promuove una modalità di lavoro più condivisa. Al di là della famiglia target, è diventato un modo di lavorare più diffuso, con un’intesa maggiore fra gli operatori, una modalità meno giudicante nei confronti della famiglia”. 

Il contesto in evoluzione chiede di adattare le risposte “Soprattutto nella fascia 0-3 sta emergendo la fragilità genitoriale che non è necessariamente legata ad una vulnerabilità sociale, ad una marginalità, ma proprio a una fatica del genitore che ha bisogno di confrontarsi con qualcuno che un po’ lo accompagni in questo ruolo. Quindi è interessante poter coinvolgere gli educatori e le educatrici in questa direzione, ma anche noi come servizi poter uscire un po’ da un’idea che abbiamo in testa di vulnerabilità, di fragilità, sperimentando forme per intercettare in modo precoce la vulnerabilità, anche interrogandoci sul suo significato”.

Con un impegno. “Adesso il lavoro che dobbiamo fare è accompagnare anche le nuove generazioni, i colleghi più giovani che saranno assunti e vengono da storie diverse”.

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