Dal campo

Che bello andare in gita!

“Una continuità c’è stata sulle uscite culturali. Una mamma mi ha detto: è la prima volta che porto mia figlia al cinema!”. Il LEPS P.I.P.P.I. interviene a Roma su 5 ATS, ogni ambito è formato da 3 Municipi. Dato che ogni Municipio ha un’organizzazione differente, Roma affronta la sfida di un’enorme diversità geografica e di contesti socioculturali, come è emerso nell’ultimo tutoraggio di febbraio. Le testimonianze di Federica e Alessandra.
 
Qual è la specificità di Roma capitale?
“Roma è una realtà complessa. Per creare gli ambiti territoriali si è partiti dalla base dei distretti sanitari; quindi, siamo stati accorpati a livello di ASL” – precisa Alessandra, assistente sociale del Municipio XII –. “La Capitale ha partecipato ai fondi PNRR con una progettualità unica per tutta la città, gestita dal Dipartimento che ne è il titolare, in co-progettazione con i Municipi, ognuno poi con la sua autonomia. È stata un’assunzione di responsabilità grande, perché il Dipartimento coordina e gestisce questa grande progettualità, suddivisa nei 5 ATS, per cercare di dare a tutti i Municipi le stesse risposte”. 
“Nel predisporre le azioni e i fondi da allocare a ogni realtà, siamo stati virtualmente – perché di fatto non si lavora accorpati per Municipi – suddivisi per Municipi in base all’ambito della ASL e all’interno di ogni Municipio abbiamo lo stesso organismo esterno, cioè la stessa associazione, che attua i dispositivi P.I.P.P.I. in una programmazione che deve essere il più possibile omogenea” – continua Alessandra. “Ma poi ogni Municipio è titolare delle proprie famiglie e delle proprie azioni. L’ambito di realizzazione vero e proprio è quello municipale, tranne per particolari eventi, nei quali si fanno anche attività accorpate, per esempio per andare al cinema al sabato pomeriggio, dove si va insieme”. 
“Sui dispositivi, in sede di coprogettazione con il Dipartimento – osserva Federica assistente sociale del IX Municipio di Roma – abbiamo deciso di togliere il dispositivo scuola-servizi; sarebbe stato veramente tanto difficile in poco tempo, creare una rete davvero funzionale con le scuole con un territorio molto vasto e abbiamo valutato di inserire il dispositivo delle attività culturali. Prevedeva delle uscite, per esempio a Natale: siamo stati al Christmas Village a Villa Borghese. Siamo andati lì, oppure uscite al parco, oppure a mangiare insieme la pizza una sera per rafforzare lo spirito di gruppo e la conoscenza. Abbiamo deciso di farle in partenariato, con tutti e tre i Municipi presenti, perché l’adesione non era sempre alta e si rischiava magari di fare uscite con tre sole famiglie. Sarebbe stato uno spreco di risorse.  Noi facciamo parte dell’ambito di Roma Capitale 4: un unico ambito che unisce tre Municipi, ognuno sin da subito ha inserito nel programma 10 famiglie, per cui ogni partenariato fin dal primo anno è partito con le 30 famiglie. Facendole tutti insieme, almeno 12-15 famiglie ci sono sempre, rispetto alle 30 complessive”.
 
Quale dispositivo sta funzionando di più e di meno?
“Da noi il dispositivo fondamentale, che è stato il traino, è stato l’educativa domiciliare, anche perché alcuni dei nostri nuclei che abbiamo scelto, già l’avevano attivata con i fondi municipali; così abbiamo potuto mettere gli altri fondi su più famiglie. Altrimenti se li avessimo divisi su 10 famiglie, avremmo avuto “pacchetti” di un’ora e mezza di educativa che ovviamente non è pensabile. Avere l’educatore dentro le famiglie, aiuta a rafforzare la motivazione al programma che nei primi mesi rischiavamo di perdere. Avevamo presentato il programma, ma prima di partire effettivamente poi sono passati magari 6 mesi e quindi si rischiava di perdere alcune famiglie. E così è stato, per cui ne abbiamo trovate altre. Avevamo affrontato una situazione che poi, nel frattempo, era cambiata e magari in alcuni nuclei erano subentrati provvedimenti dell’autorità giudiziaria, con decreti che andavano a influire su situazioni già difficoltose. Abbiamo dovuto fare dei cambiamenti in corso d’opera. Ma l’educativa è stata fondamentale in questo. Abbiamo fatto costantemente rete sia con la cooperativa che gestiva l’educativa sia con l’operatore stesso e i case manager dei singoli nuclei. In molte situazioni abbiamo coinvolto anche l’Asl con il servizio Tutela Salute Mentale Riabilitazione in Età Evolutiva (TSMREE) con un’integrazione socio-sanitaria. La maggior parte dei bambini e delle bambine rileva piccoli disagi cognitivi ed erano già segnalati al servizio riabilitativo dell’età evolutiva. Nel mio municipio il dispositivo gruppi genitori-bambini vede la partecipazione di 4 famiglie su 10: cioè, 4 partecipano sempre, le altre un po’ a rotazione. Nei gruppi, dove c’è bisogno anche di mettersi un po’ in discussione, di tirare fuori le esperienze e le criticità, qualche genitore fa più fatica. Nel nostro Municipio c’è una varietà grandissima: passiamo da un quartiere ricco come l’EUR a Santa Palomba, che è un quartiere di periferia ai confini con Pomezia, o Spinaceto, Laurentino 38. C’è proprio una varietà di persone, tant’è che anche in P.I.P.P.I. abbiamo una famiglia, con un tenore di vita elevato, che era seguita per una conflittualità genitoriale, con provvedimento dell’autorità giudiziaria. Nel momento in cui la comunicazione è migliorata, li abbiamo inseriti in P.I.P.P.I., e, insieme, ci sono le famiglie meno scolarizzate, in cui la madre non ha nemmeno il diploma di terza media e che si sente completamente esclusa da quel contesto. Non è che lo sia, ma lei non si sente adeguata a parlare nel gruppo o ha difficoltà a comprendere alcuni discorsi. Invece, andare alle gite è più semplice, sono attività pratiche”. 
 
Le difficoltà hanno attivato innovazioni?
“Noi abbiamo le nostre 10 famiglie, qualcuna più coinvolta, qualcuna un po’ meno, qualcuna è da coinvolgere ancora in altre attività” – conferma Alessandra. “Diciamo che a Roma, mentre è stato più semplice realizzare i dispositivi dell’educativa domiciliare e dei gruppi con i genitori, abbiamo più difficoltà sulla vicinanza solidale. Il territorio è dispersivo e laddove non esiste già – all’interno del piano di zona – la predisposizione dei patti educativi, come nella nostra esperienza, costruire tutto è molto difficile. Sulla vicinanza solidale ci stiamo interrogando proprio adesso su come realizzarla. Sul dispositivo dei Gruppi genitori e bambini, abbiamo constatato il limite nel lavoro con gli adolescenti. I nuclei familiari ovviamente portano con loro i bambini, con i quali si possono facilmente organizzare delle attività in una stanza accanto. Ma gli adolescenti non ci vengono. Poi noi avevamo 3 ragazzi adolescenti che erano pochi per fare un gruppo, quindi ci siamo allargati, includendo i fratelli di altri bambini che erano inseriti in P.I.P.P.I. Abbiamo considerato la famiglia allargata e abbiamo creato un gruppo adolescenti e abbiamo inventato l’idea di realizzare dei murales, coinvolgendo educatori e maestri d’arte, otto famiglie, fratelli, parenti e operatori stessi. Un sabato pomeriggio è stata l’occasione per una restituzione del lavoro realizzato nell’arco di più mesi dandosi degli appuntamenti periodici con i partecipanti e con il maestro d’arte, gli educatori e un’assistente sociale, sempre presente, coach del programma P.I.P.P.I. È stato già questo un lavoro molto partecipato: è anche raro che gli assistenti sociali del Municipio siano presenti a momenti di gruppo con le famiglie. In questo caso c’è stato proprio un affiancamento. Abbiamo pensato di fare un evento finale, ma intimo, familiare, non aperto al territorio, di restituzione del lavoro fatto, una volta realizzato il murales. Eravamo presenti vari assistenti sociali, gli educatori dell’educativa domiciliare, in breve l’équipe multidisciplinare, in cui i ragazzi stessi hanno presentato il loro lavoro, il murales. Di sabato pomeriggio, è stato un momento al di fuori degli schemi, in cui è stato possibile realizzare veramente questa famosa postura diversa, di uscire dal ruolo e avvicinarsi in maniera diversa a un momento di vita delle famiglie. Per loro era un tempo libero per stare con i propri figli e per noi è stata la possibilità di condividerlo, una dimensione per niente scontata quando si lavora nei servizi”. 
 
Cosa si vede in prospettiva?
“Con P.I.P.P.I. siamo partiti in ritardo, da subito – ammette Federica – proprio per una difficoltà anche di scelta delle famiglie: dovevamo coinvolgere le diverse assistenti sociali del Municipio, ognuna con i suoi carichi di lavoro. Ci siamo ritrovate in mezzo, “obbligate”: di conseguenza, abbiamo dovuto cercare, in pochissimo tempo, di fare formazione e di trasmettere alle altre colleghe le potenzialità di questo programma. Poi è stato complesso motivare le assistenti sociali prima, le famiglie dopo e raccordare tutti, con 10 famiglie a Municipio, in un territorio che a livello di zone, comunque divide, essendo contesti con esigenze differenti tra loro. Già trovare il posto per fare i Gruppi genitori è stato difficilissimo: devi trovare una collocazione che sia facilmente raggiungibile da ogni famiglia inserita nel programma. L’organizzazione a monte è stata l’aspetto più complesso, lavorando su un territorio così vasto. Abbiamo dovuto adattare l’implementazione alla nostra realtà: un contesto così ampio ti dà tanti stimoli, ma anche tanti rischi, tante barriere. Per liberare il potenziale di P.I.P.P.I. occorrerebbe cambiare dall’alto. Se ci crediamo solo noi che ci siamo entrate perché c’era un nuovo programma, e qualcuno lo deve fare – certo e hai davvero sperimentato delle potenzialità –, le barriere restano, se non arriva un’indicazione dall’alto. Non ci siamo ancora in questa consapevolezza, nel coinvolgere gli altri colleghi. Dopo due anni e mezzo il programma ancora viene visto – anche da chi è inserito – residuale, su quella famiglia, non vedo un’apertura di mentalità. Lo colgo come un ostacolo veramente importante. Ha un bel peso a livello di “obiettivo” meramente finanziario di fine anno, ma quello non è il nostro! Se arriviamo a parlare con i piani alti solo quando si deve costruire l’obiettivo e poi durante tutto l’anno di lavoro non c’è stato interesse, come si fa a cambiare questa mentalità, questo approccio? Paradossalmente è più difficile fare P.I.P.P.I. qui, in questi contesti centrali, urbani. Come operatore vivo l’implementazione con fatica, correlata a tutti gli altri carichi che abbiamo. Nonostante tutto vedo e ho visto delle potenzialità e dei risultati. Ma con tutto il contorno, con tutta la strutturazione che c’è, non è facile da conciliare”.
(testimonianze raccolte durante il tutoraggio a Roma)
 

0 Comments