UN’UNICA SPINTA, TANTE DIFFERENZE
Panoramica su alcuni dei Master avviati grazie al supporto del Ministero
Sono tanti, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Si chiamano Master in Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale e hanno l’obiettivo di rafforzare le competenze del personale degli ambiti territoriali sociali e di conseguenza i percorsi di presa in carico e accompagnamento nelle nostre comunità. Sono finanziati con risorse europee nell’ambito del PN Inclusione 21-27.
Come si declinano nei diversi territori? Che sottolineature sono state date da Ateneo ad Ateneo? Abbiamo girato le domande ad alcuni referenti e docenti delle Università che hanno intessuto scambi e collaborazioni con il Programma P.I.P.P.I. per scoprire punti di connessione e rafforzarli!
Una grande tradizione di servizio sociale: Università Roma Tre. “A Roma Tre c’è una tradizione molto forte di servizio sociale, c’è sempre stato un grande investimento sulla qualificazione disciplinare. Quindi è questo il taglio che abbiamo pensato di dare al Master, in collaborazione ovviamente con altre discipline. I piani didattici dei Master sono identici in tutta Italia. Negli insegnamenti le differenze possono essere minime. Abbiamo però personalizzato nel coinvolgere colleghi e colleghe, quindi lavorando più sui profili dei docenti. Per esempio, noi come Università abbiamo un’attenzione specifica a coinvolgere colleghe e colleghi di servizio sociale rispetto magari ad altri settori disciplinari. Il Ministero ci ha permesso di fare alcune scelte rispetto alla prospettiva disciplinare su come affrontarli. Un altro esempio: per parlare di povertà e di vulnerabilità, il Ministero ci ha consentito di coinvolgere un sociologo, un pedagogista o un assistente sociale. Noi in quel caso abbiamo scelto un’assistente sociale. Sono rimasto, invece, piuttosto sorpreso dalla poca risposta. Sono direttore di un altro Master in supervisione professionale di servizio sociale, un altro LEPS, un percorso costoso per un professionista. Inoltre, siamo un dipartimento che sta investendo tantissimo, siamo l’unico dottorato di servizio sociale in Italia in un’Università pubblica (l’altro è alla Cattolica a Milano). Quindi pensavo che un Master di grande qualità, gratuito, perché finanziato dal Ministero, avesse più risposta. Eppure, abbiamo mosso tante strade di comunicazione. Abbiamo anche un rapporto privilegiato con Roma Capitale che ha 700 assistenti sociali dipendenti. Ma devo essere sincero: le iscrizioni si contano sulle dita di due mani. Certo, sono percorsi che impattano molto sulla vita privata delle persone. Parlavo anche con il professor Burgalassi che è il direttore del Master di secondo livello: sarebbe una bella cosa se si riuscisse a fare un coordinamento nazionale dei Master. Penso che su queste partite si debba lavorare su una stretta collaborazione, anche tra settori disciplinari diversi”. (Andrea Bilotti)
Il ciclo di vita delle persone: Università di Trieste. “Siamo onorati di poter offrire questa opportunità agli operatori del nostro territorio e a quanti riterranno di partecipare. Riguardo al master di primo livello, coerentemente con il piano formativo ministeriale, gli elementi di maggiore innovazione riguardano l’approccio alla presa in carico e all’accompagnamento nelle situazioni di vulnerabilità e particolare fragilità — famiglie in situazione di vulnerabilità, grave marginalità, persone senza dimora, young carers e adolescenti — attraverso metodologie basate sui processi di valutazione partecipativa e trasformativa e sull’approccio “side by side”. I laboratori costituiscono lo spazio in cui mettere alla prova e declinare nella pratica tali approcci, affrontando casi caratterizzati da vulnerabilità e povertà complesse, e facendo tesoro delle sperimentazioni del programma P.I.P.P.I. e del lavoro con le persone in grave marginalità. Sono previsti sette laboratori che guardano al ciclo di vita delle persone. I partecipanti potranno sceglierne cinque per costruire il proprio percorso in base ai propri interessi. I laboratori saranno dedicati rispettivamente al lavoro con: famiglie con bambini 0–3 e 4–11 anni; famiglie con adolescenti; famiglie con minori con disabilità o young caregivers; famiglie con background migratorio; famiglie in grave marginalità; persone in grave marginalità e senza dimora; metodi, tecniche e strumenti per il lavoro di gruppo e il networking. Dall’altro lato, la didattica del Master di II livello si propone di sviluppare nei partecipanti un approccio critico e sistemico alle politiche sociali, capace di promuovere l’integrazione istituzionale, gestionale e professionale. Il percorso offre strumenti teorici e operativi avanzati per la governance partecipata, la co-programmazione, la co-progettazione e l’analisi dei bisogni, orientando l’apprendimento verso l’innovazione, la valutazione e la costruzione di reti territoriali inclusive e sostenibili. I laboratori tematici approfondiscono aspetti chiave quali la promozione e la conduzione di dinamiche collaborative nell’organizzazione di servizi integrati, le metodologie per la definizione dei profili di comunità, il networking e lo sviluppo di comunità, nonché i processi partecipativi per l’elaborazione di scenari di intervento sociale”. (Marco Ius)
Dare spazio all’identità professionale: Università Cattolica di Milano.“Noi abbiamo lavorato come team, incrociando un po’ le Facoltà e quindi siamo in sei docenti, due del servizio sociale, due pedagogiste, due psicologhe, coordinate nelle diverse Facoltà. Questa è più un’architettura nostra. L’abbiamo costruito attenendoci a quelli che erano i criteri dati dal Ministero. Abbiamo provato a ragionare un po’ insieme mettendo a fuoco la questione dei laboratori, dell’identità professionale. Però, poi ci siamo un po’ concentrati più sugli aspetti burocratici, perché adesso deve uscire il bando. Sui laboratori ci piaceva pensare che ci fosse uno spazio per l’identità professionale, per esempio anche il tema del segreto professionale, come viene costituito, come viene articolato. Questi sono un po’ gli aspetti su cui abbiamo provato a metterci un po’ di creatività. (Livia Cadei)
La connessione tra promozione, protezione e inclusione: Università di Trento.“Noi abbiamo aperto le iscrizioni una decina di giorni fa. Il Master è realizzato in collaborazione con varie associazioni: Agevolando, SOS Villaggi dei Bambini, CISMAI e lo stesso progetto P.I.P.P.I. Colgo alcune sottolineature. Anzitutto l’accento sulla promozione, inclusione e protezione del benessere psico – sociale di minorenni e adulti in situazioni di vulnerabilità (che era anche il titolo originario, da cui l’acronimo PRISMA) intende cogliere la connessione tra promozione, protezione e inclusione con un approccio che guarda al benessere psicologico e sociale. Per la lunga tradizione di formazione di servizio sociale, teorizzazione e ricerche, nazionali e internazionali, sul tema della ricerca partecipata, il Master mira alla formazione di professionisti capaci di puntare sulla partecipazione dei soggetti direttamente interessati agli interventi. Intendiamo coinvolgere nell’attività didattica docenti accademici, esperti per esperienza, professionisti rinomati a livello locale e nazionale. Abbiamo in cantiere anche un paio di seminari internazionali, ma per ora è importate riuscire a partire. I vincoli sono veramente limitanti e impediscono di coinvolgere più professionisti interessati al tema”. (Francesca Teresa Bertotti)
Una promozione evolutiva: Università di Bari.“Il Master è stato gestito da un coordinamento di docenti di ambito sociologico e giuridico. I contenuti dei vari moduli sono stati quindi assegnati a vari docenti. Personalmente, mi occuperò della parte pedagogica. Dopo la fase di definizione del Master, ci dobbiamo incontrare per assicurare un impianto con un respiro pedagogico ampio nell’insieme degli insegnamenti. Credo che singole specificità e professionalità, proprie dell’approccio multidisciplinare, debbano comunque avere un orientamento di senso di tipo educativo, volto alla promozione dei beneficiari. Insomma, una prospettiva educativa in senso ampio. Vogliamo andare verso una promozione evolutiva dei benficiari, della famiglia”.
Costruire e ricostruire alleanze educative: Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.“Con questo Master puntiamo a rispondere ad un’esigenza molto forte nel contesto napoletano in particolare e campano in generale. Nel nostro ateneo attraverso la formazione dei professionisti che parteciperanno ai Master, sia quello di primo che di secondo livello, puntiamo a lavorare sul consolidamento, ma nel nostro caso possiamo dire sulla ricostruzione, di alleanze educative territoriali. Negli ambiti territoriali e sociali questo è un nodo nevralgico. Nel nostro territorio è ancora molto debole la presenza di educatori, psicologi e pedagogisti a supporto degli assistenti sociali. L’approccio interprofessionale attraverserà tutta l’offerta fornita, sia gli insegnamenti – nei limiti dello spazio della lezione frontale – ma soprattutto le attività laboratoriali. Cercheremo di valorizzare quanto abbiamo costruito in questi anni, anche e soprattutto grazie alla partecipazione alla rete P.I.P.P.I., per cui lavoreremo molto sull’utilizzo di strumenti che vanno dall’osservazione fino alla scrittura professionale dell’equipe multiprofessionale e ai dispositivi di intervento, proprio in relazione alle condizioni di vulnerabilità che caratterizzano alcune aree del territorio napoletano. Prevediamo anche di arricchire l’offerta formativa delle attività laboratoriali con alcune specificità: il lavoro sugli stereotipi di genere, sui modelli di genere, nell’analisi interprofessionale, l’educazione ai sentimenti, l’accompagnamento alla genitorialità. Il nostro obiettivo è quello di scardinare tutta una serie di presupposti talvolta taciti che emergono nelle decisioni di azione professionale. Faccio un esempio: noi abbiamo di recente chiuso un progetto di rilevante interesse nazionale, in cui abbiamo lavorato con scuole di secondo grado e agenzie educative territoriali sul fenomeno dei comportamenti antisociali degli adolescenti. Utilizzando l’impianto della ricerca- azione partecipativatutti i partecipanti, sia educatori che insegnanti, alla fine del percorso hanno avuto modo di constatare quanto emergessero una serie di assunti tacitamente intesi (alla maniera sia di Riccardo Massa, sia di tutta la prospettiva della clinica della formazione) nel rappresentarsi il fenomeno. Giusto per fare un esempio semplice, molti si sono trovati a vivere come scoperta il fatto che fosse considerato solo quello rumoroso come comportamento antisociale dell’adolescente e non anche quello silenzioso. Quindi l’isolamento sociale, per esempio, passava totalmente inosservato perché non attenzionato in quanto non coincideva con quell’assunto distorto dal quale il professionista partiva. Soprattutto lo scambio interprofessionale passa attraverso una serie di categorie che utilizziamo per interpretare i fenomeni, Per valorizzare lo scambio interprofessionale è necessario che il professionista lavori molto sulla rilevazione di questi assunti distorti che poi impattano direttamente o indirettamente sulle scelte di azione educativa. Il principio speranza è un principio pedagogico, però io credo molto di più nell’impegno che poi traduca la speranza in un’azione concreta. Questa operazione di formazione è assolutamente meritoria e si accompagna a quell’operazione di reclutamento che si sta chiudendo con il concorso che ha avviato il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il mio auspicio è che questa esperienza, di cui bisognerà fare un monitoraggio in questi anni, possa realmente stabilizzarsi come formazione in servizio e formazione continua dei professionisti. Non voglio credere che sia un’operazione limitata nel tempo. È chiaro che siamo in una fase embrionale. Però l’auspicio è che parallelamente a quello che è la riforma del welfare, del lavoro sociale, queste esperienze di formazione che valorizza l’équipe multidisciplinare e multiprofessionale possano stabilizzarsi nel tempo e diventare un modo attraverso il quale formarsi e lavorare sempre meglio. Con questa prima edizione ci sarà una partecipazione soprattutto da parte degli assistenti sociali perché noi non abbiamo molti educatori e pedagogisti e psicologi che sono assunti; quindi, ci aspettiamo di superare almeno la soglia minima dei 15 partecipanti”. (Pascal Perillo)
Vulnerabilità e diversità al centro: Università di Verona.“Quest’anno siamo partiti tutti un po’ di corsa! Per quanto riguarda Verona, nella costruzione del Master ha avuto sicuramente un ruolo importantissimo il Dipartimento di Scienze Umane che comprende diverse discipline e tra le sue linee di ricerca principali ha il tema delle vulnerabilità e delle diversità. È stata un’opportunità per mettere a fuoco alcuni aspetti che riguardano la ricerca del Dipartimento. Il gruppo di lavoro che l’ha costruito è interdisciplinare e comprende docenti di area sociologica, pedagogica come me, psicologica e antropologica che hanno una forte esperienza nel lavoro con i territori, per strade diverse e nella collaborazione tra ricerca, politiche e pratiche. Quindi i moduli sono stati molto pensati insieme da questo gruppo e in un confronto anche con i referenti degli Ats limitrofi, quindi con il nostro territorio. Con loro abbiamo discusso i contenuti, le metodologie, ma anche i modi per sostenere la frequenza, perché si tratta comunque di professionisti che sono in servizio e quindi avevamo sicuramente bisogno di confrontarci anche con i loro contesti. Dal punto di vista del progetto culturale direi che il focus è su come le vulnerabilità, che riguardano fenomeni complessi e anche in continua trasformazione, sfidano le cornici professionali. Molta parte del Master è stata dedicata a lavorare su come noi conosciamo le situazioni e su come questa conoscenza si mette in relazione con la progettazione. Un filo che in P.I.P.P.I. abbiamo molto sviluppato e che finalmente possiamo anche mettere a sistema in un percorso formativo come questo. La principale chiave di lettura per noi era l’interprofessionalità. La nostra speranza era quella di avere un gruppo di partecipanti che mettesse in dialogo saperi diversi, cornici disciplinari diverse. Non è stato così per questa edizione, perché appunto è riservato a dipendenti di Comuni e di Ats. Per cui noi abbiamo un gruppo di assistenti sociali in questo momento. Però sappiamo che nelle prossime edizioni avremo l’occasione di sperimentarci già in questa chiave. Comunque cerchiamo di lavorare molto sulla collaborazione con il territorio, anche nelle attività formative, collaborando con le persone beneficiarie, quindi famiglie, persone minorenni, adulti: persone che fanno esperienza di sé e della realtà in modi molto diversi. Il nostro dipartimento ha anche un focus di ricerca che tiene conto dell’intersezione delle differenze di genere, classe sociale, razzializzazione. Il Master è una bella occasione per mettere a disposizione anche un po’ i risultati di tante ricerche che sono state fatte in quest’ambito e provare a farli dialogare con le metodologie di lavoro di chi partecipa. Anche perché abbiamo un gruppo di 16 partecipanti che sono persone in servizio, ma in molti casi sono anche persone con molti anni di esperienza. Sono tutte donne e arrivano da Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Quindi è particolarmente entusiasmante lo scambio che questo consente. Interdisciplinare è un processo, quindi non è un punto di partenza e nemmeno di arrivo. Ed è un processo che consente di costruire linguaggi e sguardi che possano beneficiare di saperi e punti di vista differenti, restando fedeli a ciò che si cerca di guardare. Ricordandoci che, per esempio, le famiglie, le persone, le fragilità che vivono sono quelle e sono radicate nella loro esperienza. Quindi è da lì che occorre partire con sguardi anche diversi per costruire una comprensione che sia effettivamente capace di darci strumenti per agire: se ciascuno guarda un solo pezzetto difficilmente è troverà degli strumenti che rispondano a quella complessità. C’è anche un valore pragmatico, secondo me, dell’interdisciplinarietà, non solo scientifico”. (Chiara Sità)
Il lavoro di équipe come strumento di giustizia sociale: Università di Torino.“Grazie di valorizzare anche le sensibilità delle singole Università italiane. Vorrei partire dal principio: esiste una convenzione relativa a P.I.P.P.I. tra Università di Torino e Università di Padova sul modulo avanzato. Circa il nostro Master: è interessante dal punto di vista della collaborazione interprofessionale, perché è frutto della collaborazione tra quattro dipartimenti nella formazione dei futuri professionisti. Il gruppo di lavoro che promuove il Master sta conducendo un’attività che noi chiamiamo Cliniche Sociopsico-pedagogiche. In pratica abbiamo organizzato dei laboratori trasversali tra diversi corsi di laurea di formazione primaria, servizio sociale, psicologia e scienze dell’educazione che invitano gli studenti a partecipare a questo laboratorio trasversale in cui simuliamo il lavoro di équipe. Quello delle cliniche è un modello usato in giurisprudenza. Noi l’abbiamo mutuato da dei giuristi che erano nel nostro gruppo di lavoro. Ora il gruppo dei docenti che stavano organizzando questa attività è il comitato scientifico del nostro Master. Abbiamo costruito insieme il percorso, anche con Regione Piemonte e quelli che in Piemonte si chiamano Enti gestori, in pratica il coordinamento degli ATS. Cominciamo il 20 febbraio, nella giornata internazionale della giustizia sociale. Questa ricorrenza dà anche una nota al nostro Master: il lavoro di équipe come strumento per promuovere la giustizia sociale. Il taglio che abbiamo dato è anche una lettura anti-oppressiva, cioè l’impegno ad assumere la prospettiva in cui le persone beneficiarie possano partecipare a processi anche di distribuzione del potere, di negoziazione. Torino ha questa storia anche di prospettive critiche sulla pedagogia, sui servizi sociali, sulla sociologia. Faremo dei laboratori di teatro dell’oppresso, insomma lavoreremo su diversi linguaggi, scrittura, teatro. I laboratori saranno anche un po’ il luogo con cui proviamo a mettere in scena le dinamiche, non solo dal punto di vista teorico, ma anche dal punto di vista pratico. E poi, l’ultimo punto che è un po’ un fiore all’occhiello è la residenzialità. Faremo un weekend residenziale in cui lavoreremo proprio con tutta l’équipe. Questo è anche un apprendimento fatto in tanti anni di P.I.P.P.I.: è importante la formazione residenziale, il momento in cui costruire anche un benessere nei professionisti in formazione”. (Diego Di Masi)
Sostenere un vero processo di capacity building: Università di Parma. “Nel progettare questo Master abbiamo scelto di intendere la formazione come un investimento nel rafforzamento del sistema di welfare territoriale e delle competenze dei professionisti che vi lavorano. Da direttrice del percorso, avverto con chiarezza che questa scelta non riguarda solo l’offerta di nuovi contenuti, ma la volontà di sostenere un vero processo di capacity building: aiutare le équipe multidisciplinari, in linea con il LEPS, a consolidare conoscenze, competenze operative e capacità riflessive, perché è lì – nella pratica quotidiana – che si gioca la qualità delle risposte alle famiglie, ai bambini, alle persone e alle comunità. Il cuore del Master è il contatto vivo tra teoria e pratica. Crediamo profondamente che la teoria abbia senso solo se sa nutrire l’azione e che l’esperienza di campo diventi davvero patrimonio comune quando viene riletta, discussa, pensata insieme. Per questo il percorso alterna contenuti scientifici solidi a laboratori esperienziali e a momenti di rielaborazione dell’esperienza professionale, anche con l’uso del teatro: uno spazio in cui ciascuno può trasformare ciò che fa ogni giorno in conoscenza condivisa e in progettualità più consapevole. In una logica di co-apprendimento: chi partecipa non è un semplice destinatario, ma porta saperi preziosi maturati nel servizio. Un altro tratto a cui teniamo molto è la multidisciplinarietà reale. I problemi sociali non arrivano mai “separati per discipline”, e i servizi lo sanno bene. Per questo il Master nasce dall’incontro tra Servizio Sociale, Psicologia e Scienze dell’Educazione, con moduli integrati e co-docenze: una scelta che prova a superare la didattica a compartimenti stagni e a rispecchiare la complessità della vita delle persone e del lavoro nei territori. Non è solo un metodo didattico, ma un modo di pensare e agire insieme. Infine, questo Master esprime la responsabilità dell’Università verso il territorio. Formare professionisti capaci e interprofessionali significa sostenere il welfare locale, generare innovazione possibile, restituire senso pubblico alla ricerca e alla formazione. È un patto di reciprocità: l’Università offre conoscenze, metodo e strumenti, il territorio offre sapere esperienziale, professionalità, ancoraggio alla realtà, domande e sfide. In questa alleanza, la formazione diventa davvero leva di cambiamento condiviso”. (Francesca Maci)
Un ponte tra teoria e pratica: Università di Padova.Il Master si fonda su due cardini: politiche per la famiglia e contrasto alla povertà. In concreto si propone di dotare i professionisti di nuove prospettive nell’agire socio-educativo e socio-sanitario attraverso approcci multidisciplinari centrati su persona, famiglia e comunità, promuovendo la partecipazione attiva dei beneficiari. Esso ha la possibilità di basarsi su un solido background di esperienza e innovazione del Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova, il quale vanta una collaborazione di 14 anni con il programma P.I.P.P.I. (Programma di Intervento Per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione) e negli anni ha svolto anche esperienze di formazione-ricerca- intervento nel campo delle politiche di sostegno al reddito, come il Reddito di Cittadinanza. Forti di questa esperienza intendiamo promuovere anche con questa nuova importante opportunità formativa la capacità di gestire la complessità degli Ambiti Territoriali Sociali utilizzando strumenti di valutazione e monitoraggio partecipativo. Vogliamo rafforzare il ponte tra teoria e pratica per valorizzare l’esperienza professionale dei partecipanti e promuovere apprendimenti attivi e riflessivi. Sono infatti tre le dimensioni di didattica inedita in cui si articola: anzitutto le lezioni e gli insegnamenti, dove le metodologie adottate mirano a sfidare le conoscenze tacite o preconcette dei partecipanti, promuovendo l’assunzione consapevole di nuove prospettive e ragioni per agire; i laboratori che rafforzano il ponte tra teoria e pratica e rappresentano un elemento centrale e innovativo del Master, per collegare gli apprendimenti teorici acquisiti durante le lezioni e le pratiche professionali, in corso negli ATS di provenienza dei partecipanti, attraverso analisi critiche di casi studio, dibattiti e analisi progressive; infine il Project Work, catalizzatore di innovazione per gli ATS che rappresenta il culmine del percorso formativo, uno strumento strategico per garantire una ricaduta concreta della frequenza al Master sui territori degli ATS”. (Sara Serbati)
Input your search keywords and press Enter.