Dal campo

REGIONE VENETO, L’INNESCO DI UN’EVOLUZIONE

Dare spazio alle loro voci e mobilitare le forze di tutti: affidanti, affidatari e operatori del servizio. Resistenze e fatiche che possono essere superate da una spinta gentile: quella di un operatore che intravede nel percorso di P.I.P.P.I.12 e nella ricerca per la riunificazione familiare una risorsa per scuotere la situazione cristallizzata da anni su una visione di mamma mancante e inaffidabile e mettere in campo nuovi significati. A cominciare dal punto di vista di Andrea, il bambino “affidato”. In dialogo con Anna Salvò del Gruppo scientifico, autrice della ricerca. 

Una mamma e il suo bambino, un papà assente, una condizione di grave precarietà. Da dove parte questa esperienza di accompagnamento?

Andrea è un bambino di nove anni che è affidato a Sandra e Luigi da sette anni. Da dove comincia la storia? Serena, la mamma di Andrea, ha avuto un passato complicato, con una esperienza di immigrazione e tanta fatica a costruire una vita ‘ordinata’ in Italia. Il papà del bambino l’ha lasciata sola ad occuparsi di lui. Serena si trova nella situazione di aver bisogno di aiuto per poter lavorare e lo affida di tanto in tanto a Sandra e Luigi, una giovane coppia che ha conosciuto grazie a una collega. Sandra e Luigi non hanno figli e sono disponibili a occuparsi di Andrea. Serena però viene raggiunta da una sentenza del Tribunale che la condanna a una pena detentiva di due anni per reati pecuniari. E così l’affidamento occasionale e volontario di Andrea a Sandra e Luigi, diventa residenziale tramite un provvedimento del Tribunale del Minorenni.

Come evolve la situazione?

Serena sconta la pena, esce dal carcere e si rimbocca le maniche, chiudendo i conti con il passato. Prende la patente, trova un lavoro stabile e desidera recuperare il rapporto con il piccolo Andrea. La strada è difficile, nonostante lei si sia rimessa in piedi, vede Andrea una sola ora, una volta al mese alla presenza di un operatore.

Come si apre uno spiraglio all’orizzonte?

Grazie alla figura del giovane assistente sociale arrivato da poco al servizio che conosce Serena e la sua storia e intravede nel percorso di P.I.P.P.I.12 e nella ricerca per la riunificazione familiare una risorsa forse utile per la loro situazione. La mamma accoglie subito la proposta, gli affidatari frenano. Inizialmente rifiutano di partecipare alla ricerca.

Cosa accade nel corso dello sviluppo della ricerca?

Si genera un movimento che scuote la situazione un po’ cristallizzata da anni su una visione di mamma “mancante e inaffidabile”. Grazie allo spostamento dello sguardo dalle mancanze della mamma, ai bisogni di sviluppo del bambino, la ricerca porta in campo nuovi significati che mettono in moto una riflessione condivisa e rendono possibile l’innesco di una evoluzione: il significato profondo dell’affido come protezione del bambino e del legame familiare secondo il principio del best interest of the child. E ancora: il ruolo centrale della relazione tra genitori affidanti ed affidatari come fattore predittivo di buon esito dell’affido e di riunificazione familiare.

Cosa accade con gli affidatari?

Gli affidatari manifestano resistenza. Sentono Andrea ormai come “il loro bambino” e mostrano tanta fatica nel riconoscere che Serena, che tengono a distanza e con cui hanno chiuso ogni canale comunicativo, ha fatto tanta strada e può tornare a occuparsi di lui.

Qual è stato lo snodo, il passo avanti più importante?

Il passaggio decisivo è stato realizzato dagli operatori. Pur appartenendo a una organizzazione complessa, hanno trovato la disponibilità di mettere in discussione pratiche consolidate nella Tutela e nel Centro Affido. In occasione dei focus group si sono detti che “prima dobbiamo riunificarci noi come servizi”. Ci sono stati poi diversi altri passaggi cruciali: l’intervista commovente con Serena, che ha dato a tutti la forza di perseverare, quella rivelatrice con Sandra e Luigi e poi, soprattutto, il suo punto di vista, quello di Andrea! Riflessivo, pacato desideroso di dire la sua, attento a non dire cose ‘implicitamente vietate’, ma preciso nelle sue narrazioni sui suoi bisogni. Le parole di Andrea hanno “portato”n nella ricomposizione del contesto, oltre alla mamma, anche una sorella di cui poco si sapeva, ma che esiste, che abita nello stesso territorio e che lui desidera tanto conoscere, come anche i nonni che non abitano in Italia: insomma la sua famiglia.

Cosa ha reso possibile la ricerca nell’accompagnamento del LEPS P.I.P.P.I?

La ricerca ha dato spazio alle voci e mobilitato le forze di tutti: quella di Serena, nello stare solidamente in piedi in una situazione lunga anni, di stigma, non accettata e non amata dagli affidatari; di Andrea così diverso da come era descritto, così capace di dire la sua; dei professionisti esploratori, che cercano la via per cambiare traiettoria, che con fiducia si coinvolgono in un’azione di co-ricerca che facilita un’azione riflessiva con questa famiglia. E anche quelle degli affidatari che sono riusciti, passo dopo passo, a sgretolare il muro di resistenza e a lasciar passare spiragli di possibilità: forse la loro fatica è stata la più grande!

Come si sviluppano attualmente le relazioni?

Sono aumentati gli incontri fra Serena e Andrea, che, in questo modo, stanno ricostruendo la loro relazione, vedono riconosciuto un tempo ‘da soli’ che dura abbastanza per condividere un pranzo e, andando avanti, probabilmente anche la notte a casa o una vacanza insieme. La riunificazione familiare è un processo di lavoro che avanza gradatamente, per livelli, grazie al progetto continuamente rimodulato dell’équipe multidisciplinare composta sia da operatori del Servizio Tutela che del Centro Affido.

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