Dal campo

REGIONE VENETO, TUTTI COINVOLTI!

Mamma e papà, con tre figli: il racconto di un percorso di accompagnamento articolato e plurale. Con uno sguardo delicato e attento alle persone coinvolte e ai contesti, come è dovuto in una situazione di tutela. A documentare come tutti hanno fatto la loro parte in una situazione complessa. In dialogo con Anna Salvò del Gruppo scientifico, e con la sua ricerca di Dottorato che vede nel LEPS P.I.P.P.I. il contesto capace di generare e sostenere percorsi di riunificazione familiare.

Qual era la situazione di partenza del nucleo familiare? Come arriva al servizio sociale?

Siamo in un ATS della Regione Veneto, la situazione di partenza era quella di una coppia, mamma e papà, con tre figli: due più grandicelli e il piccolo, Luca, che all’epoca aveva tre anni e mezzo, all’inizio della scuola dell’infanzia. I due più grandi erano invece alla prima classe della scuola secondaria di primo grado. Arriva al servizio una segnalazione da parte della scuola dell’infanzia: Luca è molto in difficoltà a scuola, non riconosce i ritmi, rifiuta di salire le scale e piange, grida al momento di andare in bagno, non riesce a entrare in relazione con gli altri, lancia oggetti o si chiude in un angolino protetto, tanto da far pensare ad un disturbo dello spettro autistico. Viene visto dalla neuropsichiatra infantile del servizio.

Cosa succede dopo la visita della neuropsichiatria?

Per fortuna, si lavorava in équipe: è stato possibile mettere insieme i pezzi subito. I fratelli erano già seguiti, avevano avuto bisogno di un accompagnamento quando erano più piccoli. La neuropsichiatra vuole capire cosa succede prima di chiudere con una diagnosi di autismo a cui molti elementi lasciano pensare. Conosce i genitori. L’educatore va a conoscere il bambino alla scuola dell’infanzia e a casa. L’assistente sociale incontra i genitori, che già conosceva, per comprendere la situazione attuale. Poi ci si ritrova in équipe e si mettono insieme le osservazioni. Si capisce che il bambino in realtà non aveva un disturbo nello spettro autistico, ma non riceveva risposte positive ai suoi bisogni di sviluppo ed era necessario metterlo in protezione. Era evidente che la modalità di accudimento non rispondeva ai bisogni di Luca e nemmeno a quelli dei due fratelli che sulla soglia dell’adolescenza si trovavano privi di guida e orientamento e in difficoltà con la scuola. Era anche presente un’alta conflittualità nella coppia. 

Come si arriva alla valutazione che è necessario mettere il bambino in protezione?

I diversi tentativi di proseguire in beneficità non sono andati buon fine ed è partita la segnalazione alla Procura Minorile. L’Autorità giudiziaria diventa un po’ la voce dell’adulto, la voce autorevole che va ascoltata. Il Tribunale, come sempre avviene, chiede un approfondimento ulteriore. Poi stabilisce che il bambino effettivamente ha bisogno di un periodo di affidamento.

Cosa succede dopo? Come è stato costruito l’affidamento del bambino?

Credo che questo sia stato un percorso, veramente organico e completo, una “buona pratica”. Sin dall’inizio, l’aver evitato una rapida diagnosi ha consentito di vedere dell’altro. L’affidamento del bambino è stato costruito con molta cura: a partire dall’accordo con i genitori che hanno collaborato al progetto. Il bambino è stato accompagnato passo passo e tutto ha potuto essere messo in parola. 

Uno dei punti che fa di questa una buona pratica di affidamento è il coinvolgimento di tutte le parti: si è lavorato con la scuola dell’infanzia per lo spostamento del bambino ad un’altra scuola, con un lavoro di raccordo che ha messo in contatto le due scuole e lo stesso dialogo è avvenuto con il passaggio alla scuola primaria. Così per la parte sanitaria: si è contattato e tenuto un rapporto stretto con il pediatra del bambino, perché fosse presente proprio in questo momento di cambiamento. Anche il medico di base della mamma è stato contattato, allertato e attivato per un sostegno della mamma nel momento in cui sarebbe avvenuto l’affidamento e quindi l’uscita di casa del Luca. Tutti sono stati contattati, coinvolti. Credo di aver visto poche volte una concertazione così completa. Naturalmente era attivo anche il Centro per l’affido, che è il servizio che si occupa del reperimento, della formazione di base e della formazione continua degli affidatari. In questo territorio, la funzione di tutela è delegata all’Azienda sanitaria per cui il rapporto tra sociale e sanitario è molto facilitato. 

Per i fratelli più grandi quale percorso si sviluppa?

Il decreto prevedeva per loro un inserimento in comunità residenziale, che è stato da subito molto efficace e si è concluso nell’arco di due anni per lasciare spazio ad una accoglienza pomeridiana.

Quanto è durato l’affido del piccolo Luca?

È stato un affido lungo, sette anni, in una situazione di coppia che si modificava continuamente. Questo ha richiesto al servizio – è forse una parola chiave che va sottolineata – una modulazione continua del progetto. La qualità della buona pratica è data dalla puntualità e dall’attenzione: è stata fatta ogni anno una UVMD, l’Unità Valutativa Multi-Dimensionale, e concordato il progetto quadro, con una revisione tra i diversi servizi e istituzioni. Faccio l’esempio dell’attività per il diritto di visita: è stato sperimentato tutto quello che serviva, per rispondere alla situazione cambiata. Si è passati dalla visita congiunta dei due genitori per un certo periodo e una certa frequenza; a visite separate dei due genitori, prima nella stessa giornata, poi in giornate diverse; poi si è introdotta la visita con la nonna. Straordinario anche questo aspetto di aver coinvolto i parenti, le nonne e una zia in particolare. La puntualità nel modificare il progetto a seconda dei bisogni del momento è un valore incredibile di questo accompagnamento.

Qual è il punto di arrivo, anche considerando la famiglia affidataria?

In questo percorso di sei anni di affido, Luca è rinato, ha trovato risposta ai suoi bisogni di crescita, ma il panorama non era chiaro, gli affidatari portano delle criticità e la situazione dei genitori rimane complessa, si modifica in continuazione, e permane l’acceso conflitto. È qui che gli operatori decidono di offrire l’accompagnamento del LEPS P.I.P.P.I. (che conoscevano bene) nella ricerca sulla riunificazione familiare. Si vuole fare un affondo su se e quando sia pensabile un rientro a casa per questo bambino. Partecipano alla ricerca entrambi i genitori, pur separati e in conflitto, l’affidataria titubante e Luca, ormai undicenne. Il contributo dei genitori e quello di Luca sono molto preziosi, portano il proprio punto di vista sui bisogni di sviluppo di Luca, con competenza e lucidità, lasciando vedere le fatiche, il dolore e i risultati positivi dell’affidamento per Luca e per loro stessi. Sperimentano nel corso della ricerca la possibilità di esprimere contrarietà, disappunto ma anche soddisfazioni, possono ascoltare le esperienze degli altri e soprattutto dialogare alla pari con l’affidataria, che si era invece dimostrata svalutante, nel tempo, verso di loro. La declinazione del LEPS in ottica di riunificazione familiare sostiene l’équipe nell’analisi condivisa dei bisogni di sviluppo del bambino. Ciò porta a individuare due direzioni di intervento: aumentare gradatamente i rientri a casa, già avviati, e dare spazio alla relazione tra i genitori e gli affidatari. L’accompagnamento tramite il LEPS P.I.P.P.I. si completa a giugno e ad agosto Luca rientra a casa per effetto del nuovo decreto del Tribunale Minorile. 

Cosa accomuna le famiglie di origine e le famiglie affidatarie?

Questo è importante. Le famiglie di origine e le famiglie affidatarie hanno un punto in comune: c’è una componente di sofferenza dovuta al distacco vissuto dai genitori nel momento in cui il bambino viene affidato, e dagli affidatari nel momento in cui il bambino rientra. Il secondo aspetto comune è che il dolore, sia della famiglia di origine, sia degli affidatari, gioca un ruolo importante in tutto il processo dell’affidamento. All’origine, quando inizia l’affido, produce quegli atteggiamenti per cui “i genitori non ne vogliono sapere”, “sono aggressivi”. Dietro a queste prese di posizione, c’è un dolore incredibile. Il padre di questo bambino – che a T0 era ancora in affidamento – ci diceva: “io ho smesso di dormire di notte”, “non ho più dormito”, “sono anni che non dormo”. Grazie al contesto di dialogo creatosi nelle diverse fasi della ricerca, abbiamo potuto accogliere il dolore, sia della famiglia di origine, sia degli affidatari e trasformarlo in un elemento di comprensione reciproca.

Cosa impariamo da questo percorso di accompagnamento?

Impariamo che il dolore, sia della famiglia di origine sia della famiglia affidataria, va visto, riconosciuto e preso in mano. Altre due dimensioni vanno sottolineate. Anzitutto la dimensione del villaggio: l’aver costruito un’équipe multidisciplinare così tanto larga dove erano presenti medico, pediatra e insegnanti di due scuole diverse, i servizi, la parrocchia, il consultorio familiare. Davvero un villaggio. Dentro questa rete, si è assicurata la personalizzazione del percorso. Per la mamma sono state realizzate azioni dedicate. L’accompagnamento del papà è stato diversissimo. I fratelli grandi hanno avuto un loro percorso e anche la terna di fratelli ha visto riconosciuto un proprio spazio di relazione, come ‘punto di forza’ per il loro futuro.  Il percorso di riunificazione realizzato nella ricerca, tra le altre cose, ha reso visibile gli esiti positivi di tanto lavoro precedente dei servizi. Allo stesso tempo, grazie agli strumenti condivisi, all’utilizzo appropriato e in équipe del Mondo del Bambino, al dialogoche si è saputo creare tra famiglia affidataria e famiglia affidante, si è potuta accelerare la tappa del rientro, che dopo sei anni di affido, si era rivelata opportuna sia per il bambino che per le due famiglie. Ora stiamo vedendo che non tutto “va per il meglio”, non c’è una conclusione felice come nelle favole, c’è piuttosto la complessità della vita reale. Anche in letteratura è noto che dopo il rientro c’è una fase di “luna di miele” che, tipicamente, dura poco. Quindi questa si sta rivelando una fase anch’essa da sostenere. Nel nuovo Piano di lavoro, costruito per sostenere i processi di riunificazione familiare in P.I.P.P.I., sono indicate strategie e attenzioni da mettere in atto anche in questa fase.

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