Dal campo

La forza del “quinto dispositivo”. Trapani, Sicilia

Il viaggio dentro il territorio di Trapani nella prima implementazione del LEPS P.I.P.P.I., grazie ai fondi del PNRR: le difficoltà incontrate e le innovazioni realizzate. E soprattutto l’esperienza di una rete che si allarga, a rinforzo di bambini e famiglie: l’“ufficio diffuso”, di cui ci parlano con entusiasmo Maria Luisa Faraci, referente territoriale e Marilena Cricchio coordinatrice del Distretto Socio-sanitario 50, costituito da 9 Comuni della provincia di Trapani. 

Come siete arrivate a questa prima implementazione?

“In Sicilia gli Ambiti territoriali sociali si chiamano “Distretti sociosanitari”. Il nostro comprende 9 comuni, in un territorio ampio. Sono assistente sociale, dipendente del Comune di Erice – racconta Maria Luisa. Nell’ambito del LEPS P.I.P.P.I. sono stata indicata come referente territoriale, d’intesa con la coordinatrice Marilena Cricchio. Poi sono stati individuati dei coach interni e anche dei coach esterni, finanziati con il fondo PNRR. All’inizio eravamo un po’ spesati. Siamo partiti nel 2023, per l’implementazione P.I.P.P.I.11-12-13, ma abbiamo fatto slittare il cronoprogramma perché c’erano un po’ di difficoltà sui dispositivi. La chiamo “energia di attivazione“: all’inizio è necessaria per richiamare e attivare un po’ tutti i soggetti che devono essere coinvolti”.

Cosa è stata per voi la spinta?

“Sono le azioni di sistema – osserva Marilena. Tra alcuni servizi ci sono prassi condivise, anche protocolli firmati. Però nel caso di P.I.P.P.I. per noi era tutto nuovo, per cui abbiamo dovuto prima imparare e poi socializzare l’approccio. Abbiamo sofferto anche un certo turnover tra i coach esterni, che all’inizio ci aveva fatto un po’ preoccupare. Però le coach arrivate nel 2024, di formazione pedagogiste ed educatrici, hanno dato una grande spinta di concretezza a tutto il lavoro, soprattutto nella scuola, dal punto di vista didattico, pedagogico, e dal punto di vista educativo con i genitori. Nel tempo, in modo naturale, le famiglie si sono affezionate alla bontà del progetto e all’attività”. 

Qual è stata la chiave, il punto di forza, del vostro accompagnamento delle famiglie?

“L’abbiamo chiamato ufficio diffuso e, per così dire, il quinto dispositivo. Gli operatori, essendo esterni al Comune, riuscivano a raggiungere il bar sotto casa e comunque recarsi nelle famiglie magari anche alle 19.00 di sera, diversamente da noi dipendenti pubblici. Inoltre, essendo percepiti come operatori un po’ più liberi, sono riusciti a mitigare alcuni pregiudizi. Attraverso il gioco, i laboratori, riescono a stare accanto alle famiglie, anche ai bambini con difficoltà di apprendimento e di comportamento, con indicazioni pratiche e nella dimensione della socializzazione. In molte circostanze l’ufficio diffuso ci ha aiutato anche a dare una dimensione un po’ più leggera al lavoro del servizio sociale. È quella ‘leggerezza’ di P.I.P.P.I. che si apre a tutti quanti, alla normalità delle persone”.

Cosa ha preparato questa nuova modalità di lavoro?

Qualche anno fa abbiamo avuto l’opportunità di ricevere una formazione sui Centri per le famiglie, secondo le Linee guida nazionali, con un approccio orientato alla prevenzione, al momento “pre”, prima di una presa in carico istituzionalizzata. P.I.P.P.I. si colloca perfettamente nell’orientare questa linea temporale dalla presa in carico in una fase iniziale.  P.I.P.P.I.  ci ha aiutato molto, così come il supporto di tutto del Gruppo Scientifico dell’Università di Padova. Katia Bolelli ci ha seguito sin dall’inizio, supportandoci nelle difficoltà legate all’attivazione del dispositivo dell’educativa domiciliare, ma anche nel modificare il cronoprogramma, tramite incontri frequenti e veloci”. 

Qual è il passaggio in più che avete fatto?

“Quello delle relazioni, perché siamo riusciti ad attivare e a rendere sinergico, produttivo, il rapporto con l’Osservatorio scolastico: molti dirigenti scolastici non solo ci hanno aperto le porte della scuola, ma abbiamo potuto lavorare bene, secondo delle prassi condivise, metodi e obiettivi. Abbiamo creato i GLO, dei gruppi di lavoro, per facilitare la partecipazione. Abbiamo sviluppato una doppia “legittimazione”: il rispetto dell’istituzione, del ruolo dell’operatore, e il riconoscimento del metodo. È stato un grande lavoro professionale. Grazie all’ufficio diffuso abbiamo lavorato anche sulla dimensione informale. Sono stati fatti tanti laboratori sempre a scopo preventivo; per esempio, ne abbiamo fatto uno sulla sensibilizzazione alla raccolta differenziata in un quartiere popolare, dove gli operatori di P.I.P.P.I. sono arrivati con la Vespa. Abbiamo sempre coinvolto tantissime altre associazioni: il Vespa Club, i clown, tutto il Terzo settore presente sul territorio. P.I.P.P.I. si è mossa sulla Vespa, sul cavallo… Questa è stata la chiave di comunicazione bella, gioiosa, funzionale”.

Come avete lavorato sulla governance? 

“La governance ha davvero funzionato con l’équipe che si è creata. Un programma così innovativo deve necessariamente essere anche flessibile nelle modalità, con la dimensione “esterna” dell’équipe. Ci sono genitori che ci dicono: io purtroppo lavoro, ci possiamo incontrare al bar? L’ufficio diffuso è anche questo: andare incontro alle necessità delle famiglie. Spesso perdiamo le famiglie anche perché, magari, vengono convocate in ufficio e devono rispettare l’orario d’ufficio. Le équipe erano a composizione variabile. Se erano previsti degli interventi in collaborazione con due o tre altri nodi della rete territoriale, allora l’équipe seguiva questa composizione. Poi, due ore dopo, gli operatori andavano a fare il laboratorio nella piazza o nel quartiere o nel centro sociale, nelle attività itineranti per tutti i Comuni. Sono stati molto flessibili ed era proprio un bisogno del nostro territorio. Lo desidero sottolineare. Se noi vogliamo rappresentare un modello innovativo di servizio sociale, dobbiamo pretendere da parte della pubblica amministrazione, da chi ci governa, dal sistema, di essere pronti a innovare, a innovarsi, a maggiore ragione adesso che P.I.P.P.I. è diventato un LEPS”.

Avete davanti una sfida organizzativa?

“Come referente territoriale ho sempre condiviso gli obiettivi con l’équipe e Marilena ci ha dato molta fiducia. Questo ci ha consentito di andare un po’ oltre. P.I.P.P.I. ci ha insegnato che anche nel servizio pubblico, anche noi dipendenti comunali, possiamo portare creatività in quello che facciamo, nelle stesse procedure. Ecco, dobbiamo fare in modo che camminino al passo con le altre creatività che dobbiamo sviluppare. Tra Enti abbiamo sempre collaborato. Poi, ci siamo trovati e abbiamo sottoscritto un accordo, un protocollo operativo. Abbiamo condiviso gli obiettivi e ci siamo impegnati a dare una bella spinta all’implementazione del LEPS P.I.P.P.I. Ci siamo detti: dobbiamo metterci tutti a disposizione: dalla neuropsichiatria, ai Comuni per attivare l’educativa domiciliare, agli stessi sindaci per legittimare questa iniziativa. Il protocollo operativo ha visto il coinvolgimento del Terzo settore, tutti i servizi dell’ASP (l’azienda sanitaria), i Comuni del distretto”.

Il LEPS P.I.P.P.I. ha funzionato un po’ da enzima, da attivatore delle risorse di tutto un territorio?

“Assolutamente, come enzima, portando l’energia di attivazione. Ma non ha solo prodotto una reazione, l’ha moltiplicata. È stato un effetto moltiplicatore. Un po’ tutti si sono riscoperti P.I.P.P.I., nel dire: sì, noi questo lo facciamo, però lo mettiamo a sistema, così in effetti diventa il LEPS P.I.P.P.I.”.

Quante famiglie avete accompagnato in questo viaggio? Quali situazioni di vulnerabilità che avete incontrato?

“In tutto 34 famiglie: abbiamo avuto autorizzate 4 famiglie extra-target. Per la maggior parte situazioni di povertà educativa. Una volta che tu apri la porta di casa e le famiglie ti accolgono, poi sono emerse anche altre difficoltà. In questo, i coach esterni sono stati veramente degli apripista. C’erano situazioni economiche che poi portano a una povertà anche in termini sociali, separazioni, dispersone scolastica, difficoltà anche a seguire i figli a scuola. Un grande sostegno si è tradotto nell’accompagnare i genitori a fare i genitori, a seguirli nel fare i compiti con i bambini. Si è creata poi una relazione di fiducia importante con l’équipe. Per questo abbiamo voluto restituire alla rete che ha lavorato con noi tutto il valore di quello che abbiamo creato, in quest’anno e mezzo, perché pure noi eravamo felici!”.

In tal senso c’è stato un importante evento di restrizione a fine marzo…

“Ci siamo ritrovati tutti attorno a un tavolo: il Tribunale, l’ASP, il Provveditore agli studi, i Comuni del Distretto sociosanitario 50 di Trapani. Questa restituzione è stata come un esercizio anche di verifica. Quando uno tira la somma. L’abbiamo sentita come un bisogno verso il territorio, nella costruzione delle reti. Avevamo chiaro un obiettivo e gli strumenti e le strategie per raggiungerlo. È come una strada: sai che devi arrivare lì e magari torni indietro e la percorri pezzettino per pezzettino, però sai dove devi andare. Come Distretto abbiamo avuto questa opportunità e il LEPS P.I.P.P.I. l’ha consolidata. Questo ci ha consentito di prevenire interventi più efficaci da parte dei servizi sociali. Lo dico da assistente sociale, case manager di alcuni casi, ma ci siamo confrontate anche con le altre colleghe. Abbiamo evitato sicuramente alcuni inserimenti in strutture di accoglienza. E poi abbiamo lavorato come “sentinelle”: con l’educativa, i laboratori, le maestre, il dirigente scolastico, gli amministratori. Con dati alla mano, abbiamo dimostrato che la prevenzione produce effetti importanti, anche sui bilanci. Faccio un esempio: non collocare un ragazzo in struttura significa risparmiare 40.000 euro l’anno. È stato illuminante anche per gli amministratori”.

Qual è la strada che vi aspetta dopo il PNRR?

“Certo, per chi ha fatto questa esperienza, anche per le assistenti sociali dei singoli Comuni, il modello rimane. Abbiamo una consapevolezza consolidata. Non si può tornare indietro sul modello P.I.P.P.I., al di là dei finanziamenti che avremo o meno, perché abbiamo veramente visto i risultati. Il lavoro che dobbiamo fare è cercare di farlo comprendere a chi non ha fatto questa esperienza attivamente. L’équipe non è mai contenitore, è strumento, anche per me operatore, per capire se sto facendo bene, se sto andando nella giusta direzione, e per andare tutti nella giusta direzione. Anche le famiglie sono state protagoniste e chiedono di continuare, magari percependo P.I.P.P.I. ancora come progetto. Da professionisti sappiamo che è un modello. Le risorse le dobbiamo sicuramente trovare e dato che è un LEPS, le riceveremo a livello nazionale”. 

Cosa vorreste dire per incoraggiare in questa direzione altri professionisti del servizio sociale?

“Vorremmo dire che alla fine il prodotto è stato più della somma! Può sembrare una frase fatta, ma è andata proprio così. Quando metti insieme tutti gli attori, quello che viene fuori è straordinario. Veramente quello che si è creato è più della somma dei singoli pezzettini. Per questo abbiamo realizzato un documento, un report finale, stampato a colori, messo in una borsa di tela anch’essa colorata e l’abbiamo dato a tutti i membri della rete, perché tutti abbiamo contribuito con un pezzettino a questo risultato”.

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