Dalla ricerca

In punta di piedi

Il documento “In punta di piedi” realizzato da CSB onlus disegna i contorni di un servizio universale dedicato ai primi 1.000 giorni (dal concepimento ai due anni), davvero capace di coniugare prossimità alle famiglie, attenzione alla genitorialità e collaborazione multiprofessionale, supportando il delicatissimo periodo che va dal rientro a casa dopo il parto ai primi mesi di vita del bambino. L’analisi di Daniela Moreno Boudon del Gruppo scientifico di P.I.P.P.I. evidenzia i collegamenti con il LEPS P.I.P.P.I.

Perché questa speciale attenzione ai primi 1.000 giorni. Oggi si può dare per assodata l’importanza che rivestono i primi 1.000 giorni di vita. Sappiamo che in questa finestra di sviluppo il cervello si sviluppa più rapidamente ed è più influenzato dall’ambiente fisico e relazionale di quanto non lo sia in tutta la vita. Qui si gettano le basi neurobiologiche delle competenze cognitive, motorie, sociali ed emotive, con effetti di lunga durata.

Una proposta di sistema per le visite domiciliari nei primi 1.000 giorni. Il documento “In punta di piedi” realizzato da CSB onlus (I edizione, febbraio 2025, coordinato da Elena Iannelli e Giorgio Tamburlini) si propone di delimitare i contorni di un servizio universale dedicato ai primi 1.000 giorni (dal concepimento ai due anni), capace di coniugare prossimità alle famiglie, attenzione alla genitorialità e collaborazione multiprofessionale, colmando un vuoto di supporto che oggi si apre, per la maggior parte delle famiglie italiane, nel delicatissimo periodo che va dal rientro a casa dopo il parto ai primi mesi di vita del bambino. Il documento rileva diversi fattori presenti nell’attuale sistema di welfare italiano che concorrono a un’insufficiente offerta davvero universale. Per nominarne alcuni: la forte disomogeneità territoriale dei servizi e la specializzazione disciplinare che risulta in attenzioni focalizzate o su aspetti sanitari o sociali. Per esempio, laddove la pediatria di famiglia è attiva, il primo contatto arriva spesso solo verso la fine del primo mese di vita del bambino, lasciando scoperte proprio le prime settimane dopo il parto, il momento di massima vulnerabilità per la famiglia, e con molta probabilità senza affrontare la salute mentale materna. 

La proposta. Il lavoro delinea un modello di visite domiciliari universalistico progressivo: un’offerta di base garantita a tutte le famiglie che copra le funzioni di informazione, ascolto, promozione della salute e della genitorialità responsiva, che si intensifica in frequenza e specializzazione quando emergono bisogni specifici o situazioni di rischio, in una logica di proporzionalità. La proposta prende come riferimento il framework Nurturing Care di OMS/UNICEF/Banca Mondiale, pubblicato nel 2018, che stabilisce 5 pilastri di lavoro nell’attenzione allo sviluppo dei bambini e il supporto alle famiglie: salute, alimentazione, protezione e sicurezza, opportunità di apprendimento precoce e genitorialità responsiva.

Questo ultimo elemento, la genitorialità responsiva, che riguarda la capacità dei genitori di leggere i segnali del bambino e di rispondervi in modo sensibile, tempestivo e appropriato, è indicato dalla ricerca come uno dei fattori più importanti per lo sviluppo infantile (WHO, 2018 e 2020). Le interazioni tra genitore e bambino, caratterizzate da una comunicazione sensibile e reciproca, mostrano che una genitorialità responsiva supporta la regolazione emotiva del bambino, favorendo la capacità di gestire le proprie emozioni in modo autonomo e di interagire positivamente con i coetanei, sviluppando competenze sociali più solide e un miglior adattamento sociale (Landry et al., 2006).

L’importanza delle visite domiciliari sta proprio nella possibilità di agire efficacemente in questa finestra critica, offrendo a tutti i neogenitori, senza distinzione, un accompagnamento allo sviluppo delle proprie competenze genitoriali, un senso di fiducia nelle proprie capacità e la consapevolezza del proprio ruolo, permettendo al contempo un riconoscimento e un intervento precoce nei casi di fragilità, con conseguente riduzione dei fattori di rischio.

A differenza di altre forme di supporto, la visita domiciliare non si concentra solo sulla salute di bambini e bambine, ma entra in contatto con la vita reale delle famiglie, osservando l’ambiente domestico, gli oggetti, le relazioni; presta particolare attenzione alla salute mentale dei genitori nel periodo perinatale. Inoltre, essendo proattiva (è l’offerta che arriva alla famiglia, non il contrario), intercetta anche i nuclei che per isolamento, sfiducia nei servizi o difficoltà di accesso, non si rivolgerebbero spontaneamente a un servizio.

L’evidenza dalla ricerca è solida, con ampia documentazione di esperienze di visite domiciliari da altri Paesi e dei loro benefici, sinergici su più fronti. Si conferma l’efficacia di interventi domiciliari di qualità sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo di bambine e bambini, così come nell’ambito della salute materna e infantile. Questi programmi, specie se integrati in un sistema più ampio di assistenza all’infanzia, aumentano i tassi di allattamento e di vaccinazione e migliorano la prontezza scolastica dei bambini (Paulsell et al., 2010), oltre a ridurre ospedalizzazioni e accessi in emergenza. Il programma americano Durham Connects/Family Connectsha documentato una riduzione del 59% delle cure mediche d’emergenza, insieme a un incremento della genitorialità positiva e a migliori connessioni con i servizi comunitari (Dodge et al., 2014). Gli studi longitudinali sul programma Nurse-Family Partnership hanno inoltre rilevato una riduzione della mortalità materna e infantile (Kitzman et al., 2010). Quando le visite domiciliari hanno un focus specifico sulla salute mentale, si è riscontrata una diminuzione importante del rischio di sintomi di depressione post partum (WHO, 2020; Dennis, 2013; Hernanda et al., 2023), con una relativa riduzione dei costi sociali del problema (Bauer et al., 2016) e degli effetti a lungo termine sui figli che, in assenza di intervento hanno un rischio sei volte più alto di sviluppare problemi emotivi in adolescenza (Bauer et al., 2015). 

Nel campo della prevenzione della negligenza e del maltrattamento l’evidenza indica che le visite domiciliari riducono il rischio di abuso e maltrattamento infantile (Macmillan et al., 2009). Il documento sottolinea come l’OMS individui nelle VD l’intervento con la maggiore evidenza di efficacia in questo ambito, ricordando che in Italia il costo stimato del maltrattamento infantile è di circa 13 miliardi di euro l’anno (indagine Università Bocconi, CISMAI, Terre des Hommes, 2014). Una revisione statunitense sugli effetti a lungo termine delle VD (Michalopoulos et al., 2017) include tra i benefici anche la prevenzione della violenza di genere. 

Un aspetto che si delinea nel documento come ambito di intervento nelle visite domiciliare riguarda il coinvolgimento paterno precoce nelle cure e nell’educazione dei figli, campo di nascente interesse nelle politiche di welfare. L’evidenza indica che esso produce effetti positivi sul benessere emotivo e sociale del bambino lungo tutta l’età evolutiva (Sarkadi et al., 2008; Opondo et al., 2016) e costituisce un fattore di prevenzione della violenza intrafamiliare (Chan et al., 2017; Doyle et al., 2018). 

Sul piano operativo, il documento propone un calendario minimo di 8 incontri, dalla 25ª settimana di gravidanza fino ai 18-24 mesi, alcuni a domicilio e altri sul territorio, a seconda delle preferenze della famiglia e delle risorse disponibili, accogliendo anche il desiderio di chi preferisce non aprire il proprio domicilio.

L’ostetrica viene indicata come figura di riferimento per la continuità assistenziale dalla gravidanza al primo mese post-parto, con successiva integrazione di assistenti sanitarie/infermiere di comunità ed educatrici (dopo la quarta visita post-parto); a queste si affiancano, per bisogni più complessi, psicologhe, assistenti sociali, mediatrici culturali e figure di supporto tra pari (mamme e papà “peer”), tutte formate a uno stesso approccio relazionale e dialogico con le famiglie.

Le visite domiciliari sono così proposte come un dispositivo di cerniera tra servizi: a partire da una conoscenza approfondita della famiglia e da un rapporto di fiducia reciproca, l’operatrice può orientarla verso altri servizi (sanitari, sociali, educativi) quando emergono bisogni specifici, svolgendo anche una funzione di collegamento e prevenzione secondaria. In questa logica, le visite domiciliari sono pensate come parte di un livello essenziale di prestazioni sociali rivolte alla neogenitorialità, di carattere universalistico: un tassello per costruire, fin dai primi mesi, la rete di fiducia tra le famiglie e il sistema dei servizi.

Il collegamento con il LEPS P.I.P.P.I. La costruzione di percorsi integrati e continui di accompagnamento alle famiglie è una preoccupazione di lunga data nelle politiche di welfare. Il programma P.I.P.P.I. è un esempio di questo impegno nel sistema italiano che, dalla sperimentazione avviata in 2011, è evoluto in un LEPS. 

La proposta del gruppo che ha elaborato “In punta di piedi”, che raccoglie il contributo di decine di professioniste e professionisti, di Enti pubblici e del Terzo Settore*, risponde alla stessa consapevolezza rispetto dei fattori che influenzano lo sviluppo: “Si tratta di distinguere, nell’ambito dei fattori che influenzano lo sviluppo, tra quelli che definiscono le risorse materiali e i servizi disponibili per il nucleo familiare e quelli riconducibili alle competenze genitoriali, riconoscendo sia l’interdipendenza di questi due ordini di fattori che la loro autonomia nel determinare gli esiti di sviluppo a medio e lungo termine” (Black et al. 2021)

Il documento si rivolge in primo luogo a coloro che sono coinvolti nell’ideazione, nella realizzazione e nella valutazione dei servizi finalizzati al sostegno dei neogenitori (amministrazioni locali, servizi pubblici, Enti del Terzo settore e società professionali) e, anche se non è centrato in modo specifico su P.I.P.P.I., diversi elementi dialogano direttamente con l’impianto del metodo, specialmente nella fascia 0-3:

Un sistema di home visiting universale, attivo già dalla gravidanza, può funzionare come fattore di protezione precoce: intercetta le famiglie prima che le difficoltà si strutturino, sostiene la consapevolezza genitoriale e la fiducia nelle proprie capacità di cura. Tutti obiettivi che P.I.P.P.I. persegue nel lavoro con le famiglie già segnalate, ma che qui vengono anticipati a monte, su tutta la popolazione.

La logica dell’universalismo progressivo proposta nel documento è coerente con l’approccio multilivello di P.I.P.P.I.: un servizio di base rivolto a tutti può facilitare l’identificazione precoce di situazioni di fragilità, orientando tempestivamente verso interventi più intensivi – di cui P.I.P.P.I. è un esempio – quelle famiglie che ne hanno bisogno, riducendo così il rischio che le difficoltà si aggravino prima di essere intercettate.

Il richiamo a una governance multiprofessionale e intersettoriale (sanità, sociale, educazione) rafforza un tema centrale anche per P.I.P.P.I.: la tenuta del programma dipende dalla capacità dei territori di costruire reti stabili di collaborazione.

Un impianto di prevenzione universale nei primissimi mesi di vita è un tassello di sistema che potrebbe rendere l’agire di P.I.P.P.I. ancora più efficace nell’attivazione dei servizi di secondo livello, e rendere più tempestivo e mirato l’accompagnamento delle famiglie più fragili, che tradizionalmente sono invisibili ai servizi sociali in questa finestra critica della vita di bambini e bambine (Bello, Serbati & Milani, 2026; Milani et al., 2021; Moreno Boudon et al., 2021).

* È stato approvato da numerose società scientifiche (ACP, IRIS, Natinsieme, Centro Nascita Montessori, Centro Touchpoints Brazelton, FNOPO, Il Melograno, Save the Children Italia), con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità.

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